Lavorìo riformatore
Il governo oggi non riceverà alcun documento comune di sindacati e aziende sulla riforma del lavoro. Ieri le confederazioni dei lavoratori (Cgil, Cisl e Uil) e degli imprenditori (Confindustria) si sono viste in preparazione dell’incontro di oggi con il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, e si sono lasciate senza raggiungere una posizione unica. Le differenze s’incentrano sulla flessibilità in uscita: i sindacati sono contrari a superare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, gli imprenditori sono più disponibili.
22 AGO 20

Il governo oggi non riceverà alcun documento comune di sindacati e aziende sulla riforma del lavoro. Ieri le confederazioni dei lavoratori (Cgil, Cisl e Uil) e degli imprenditori (Confindustria) si sono viste in preparazione dell’incontro di oggi con il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, e si sono lasciate senza raggiungere una posizione unica. Le differenze s’incentrano sulla flessibilità in uscita: i sindacati sono contrari a superare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, gli imprenditori sono più disponibili. Cgil, Cisl e Uil, negli ultimi anni divise, con il governo Monti hanno ritrovato l’unità. Lo testimoniano 9 pagine approvate dalle tre segreterie in cui non c’è alcuno spiraglio sulla flessibilità in uscita.
L’esecutivo, comunque, punta a prefigurare entro la fine di marzo una riforma complessiva su assunzioni, ammortizzatori e flessibilità, come ha ribadito il ministro Fornero. Con o senza l’assenso dei sindacati. Con questa prospettiva nella maggioranza tripartita si delineano tre impostazioni. Il Pdl non ha remore ideologiche sull’articolo 18, tanto da aver consentito con l’articolo 8 della manovra di agosto la contrattazione decentrata superando lo Statuto dei lavoratori, ma ora ha una tattica più guardinga. A notarlo è stato ieri il deputato pdl, ed esperto di lavoro e previdenza, Giuliano Cazzola: “Il Pdl – ha scritto sul quotidiano Il Tempo – non ha presentato ufficialmente alcuna proposta di revisione dell’articolo 18”. Né il documento sulle liberalizzazioni del partito capeggiato da Angelino Alfano contiene un capitolo non particolarmente innovatore sul lavoro, come su altri aspetti. “Il Pdl – spiega Cazzola – gradirebbe che Monti e i suoi ministri, dopo aver messo in difficoltà il Pd per effetto di una riforma delle pensioni molto severa si prendessero la briga di far crollare l’ultimo Muro di Berlino: l’articolo 18”.
Se il Terzo polo è il più montiano, se non forneriano, le attenzioni si concentrano sul Pd. Le sfaccettate idee del partito di Pier Luigi Bersani hanno trovato una sintesi favorita dall’ex ministro ds del Lavoro, Cesare Damiano, torinese, compagno di liceo del ministro Fornero e animatore del neonato pensatoio Lavoro&Welfare con cui ha riunito personalità come l’ex ministro Tiziano Treu, il giuslavorista Luigi Mariucci e gli economisti Carlo Dell’Aringa e Gianni Geroldi. La sintesi del Pd? Né progetto Boeri-Garibaldi né tanto meno il progetto Ichino. Eppure, in una conversazione con il Foglio, Damiano spiega che il Pd non è avverso al modello Boeri-Garibaldi.
“Innanzitutto c’è da registrare che il governo ha riaperto il confronto con le parti sociali – dice l’ex ministro – Non è certamente una vera concertazione ma le parti sociali non sono state neppure ignorate. Per me il dialogo è un valore”. “Non è un caso, come dice Sacconi, che il governo non ha proceduto anche sul lavoro per decreto, come ha fatto per le pensioni e le liberalizzazioni. Con la riproposizione di quel metodo anche nella riforma del lavoro il governo non avrebbe retto, ci sarebbe stata una corrosione della base parlamentare”. Traduzione: il Pd avrebbe abbandonato la maggioranza che sostiene Monti.
Veniamo al merito. Quali differenze reali ci sono tra il suo progetto e quello di Boeri-Garibaldi? Le diversità sono “indubbie”. Il loro, dice Damiano, è un contratto unico a tempo indeterminato fin dal momento dell’assunzione, con i primi tre anni nei quali però è sospeso l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, “mentre io propongo un contratto di apprendistato-inserimento a termine propedeutico a una successiva assunzione a tempo indeterminato”. Ma nella sostanza non c’è poca differenza sulla flessibilità in uscita? “In entrambi i progetti l’articolo 18 nella fase successiva ai primi 3 anni è in vigore. Quindi i punti di contatto fra i due progetti ci sono”. Eppure il Pd ha approvato un documento che tiene conto delle diverse proposte di legge ma che non sposa nessun modello in modo esplicito: né Boeri-Garibaldi né Damiano-Madia, né quello di Ichino. “Penso – dice però l’ex ministro del Lavoro – che il Pd non contrasterebbe in maniera pregiudiziale il progetto Boeri nel caso il governo lo adottasse, perché l’art. 18 viene garantito anche ai giovani che entrano nel mercato del lavoro”. Ovvero: con l’assunzione in pianta stabile dopo tre anni, anche il contratto alla Boeri prevede l’articolo 18.
Damiano, però, più che di licenziamenti preferisce parlare di assunzioni: “Quello che è dirimente per noi è incentivare l’assunzione di personale a tempo indeterminato e scoraggiare il lavoro precario, selezionando le forme di flessibilità in ingresso”. Da ex collega di liceo di Fornero, aggiunge: “Sulla cassa integrazione, non condivido le impostazioni del ministro che sono trapelate sui giornali. Anche se c’è stata una marcia indietro. Cancellare la cassa integrazione straordinaria, che è pagata da imprese e lavoratori, significherebbe aumentare i disoccupati”. A sorpresa l’ex titolare del Lavoro trova una consonanza di idee con il deputato pdl Cazzola: “Sugli ammortizzatori riteniamo positivo ripartire dalla delega, contenuta nel Protocollo del 2007 che avevo predisposto come ministro, e che prevede una razionalizzazione e un potenziamento del sistema. Il vantaggio? E’ stata adottata anche dall’ex ministro Sacconi e sottoscritta nel 2007 da Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Confindustria”. Per Damiano il governo deve trovare le risorse per migliorare le protezioni: “Un’indennità di disoccupazione che duri più a lungo e con percentuali più alte rapportate all’ultimo stipendio. Non si può evocare il modello sociale nord-europeo e non metterci dei soldi. Non si possono fare le nozze con i fichi secchi”.
L’esecutivo, comunque, punta a prefigurare entro la fine di marzo una riforma complessiva su assunzioni, ammortizzatori e flessibilità, come ha ribadito il ministro Fornero. Con o senza l’assenso dei sindacati. Con questa prospettiva nella maggioranza tripartita si delineano tre impostazioni. Il Pdl non ha remore ideologiche sull’articolo 18, tanto da aver consentito con l’articolo 8 della manovra di agosto la contrattazione decentrata superando lo Statuto dei lavoratori, ma ora ha una tattica più guardinga. A notarlo è stato ieri il deputato pdl, ed esperto di lavoro e previdenza, Giuliano Cazzola: “Il Pdl – ha scritto sul quotidiano Il Tempo – non ha presentato ufficialmente alcuna proposta di revisione dell’articolo 18”. Né il documento sulle liberalizzazioni del partito capeggiato da Angelino Alfano contiene un capitolo non particolarmente innovatore sul lavoro, come su altri aspetti. “Il Pdl – spiega Cazzola – gradirebbe che Monti e i suoi ministri, dopo aver messo in difficoltà il Pd per effetto di una riforma delle pensioni molto severa si prendessero la briga di far crollare l’ultimo Muro di Berlino: l’articolo 18”.
Se il Terzo polo è il più montiano, se non forneriano, le attenzioni si concentrano sul Pd. Le sfaccettate idee del partito di Pier Luigi Bersani hanno trovato una sintesi favorita dall’ex ministro ds del Lavoro, Cesare Damiano, torinese, compagno di liceo del ministro Fornero e animatore del neonato pensatoio Lavoro&Welfare con cui ha riunito personalità come l’ex ministro Tiziano Treu, il giuslavorista Luigi Mariucci e gli economisti Carlo Dell’Aringa e Gianni Geroldi. La sintesi del Pd? Né progetto Boeri-Garibaldi né tanto meno il progetto Ichino. Eppure, in una conversazione con il Foglio, Damiano spiega che il Pd non è avverso al modello Boeri-Garibaldi.
“Innanzitutto c’è da registrare che il governo ha riaperto il confronto con le parti sociali – dice l’ex ministro – Non è certamente una vera concertazione ma le parti sociali non sono state neppure ignorate. Per me il dialogo è un valore”. “Non è un caso, come dice Sacconi, che il governo non ha proceduto anche sul lavoro per decreto, come ha fatto per le pensioni e le liberalizzazioni. Con la riproposizione di quel metodo anche nella riforma del lavoro il governo non avrebbe retto, ci sarebbe stata una corrosione della base parlamentare”. Traduzione: il Pd avrebbe abbandonato la maggioranza che sostiene Monti.
Veniamo al merito. Quali differenze reali ci sono tra il suo progetto e quello di Boeri-Garibaldi? Le diversità sono “indubbie”. Il loro, dice Damiano, è un contratto unico a tempo indeterminato fin dal momento dell’assunzione, con i primi tre anni nei quali però è sospeso l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, “mentre io propongo un contratto di apprendistato-inserimento a termine propedeutico a una successiva assunzione a tempo indeterminato”. Ma nella sostanza non c’è poca differenza sulla flessibilità in uscita? “In entrambi i progetti l’articolo 18 nella fase successiva ai primi 3 anni è in vigore. Quindi i punti di contatto fra i due progetti ci sono”. Eppure il Pd ha approvato un documento che tiene conto delle diverse proposte di legge ma che non sposa nessun modello in modo esplicito: né Boeri-Garibaldi né Damiano-Madia, né quello di Ichino. “Penso – dice però l’ex ministro del Lavoro – che il Pd non contrasterebbe in maniera pregiudiziale il progetto Boeri nel caso il governo lo adottasse, perché l’art. 18 viene garantito anche ai giovani che entrano nel mercato del lavoro”. Ovvero: con l’assunzione in pianta stabile dopo tre anni, anche il contratto alla Boeri prevede l’articolo 18.
Damiano, però, più che di licenziamenti preferisce parlare di assunzioni: “Quello che è dirimente per noi è incentivare l’assunzione di personale a tempo indeterminato e scoraggiare il lavoro precario, selezionando le forme di flessibilità in ingresso”. Da ex collega di liceo di Fornero, aggiunge: “Sulla cassa integrazione, non condivido le impostazioni del ministro che sono trapelate sui giornali. Anche se c’è stata una marcia indietro. Cancellare la cassa integrazione straordinaria, che è pagata da imprese e lavoratori, significherebbe aumentare i disoccupati”. A sorpresa l’ex titolare del Lavoro trova una consonanza di idee con il deputato pdl Cazzola: “Sugli ammortizzatori riteniamo positivo ripartire dalla delega, contenuta nel Protocollo del 2007 che avevo predisposto come ministro, e che prevede una razionalizzazione e un potenziamento del sistema. Il vantaggio? E’ stata adottata anche dall’ex ministro Sacconi e sottoscritta nel 2007 da Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Confindustria”. Per Damiano il governo deve trovare le risorse per migliorare le protezioni: “Un’indennità di disoccupazione che duri più a lungo e con percentuali più alte rapportate all’ultimo stipendio. Non si può evocare il modello sociale nord-europeo e non metterci dei soldi. Non si possono fare le nozze con i fichi secchi”.